IO DICO NO ALLA DROGA!!!!


Dopo lo stop della Cassazione alla cannabis light, ecco cosa cambia.

La scheda che spiega cosa succederà adesso, perché olio, resina, inflorescenze e foglie saranno vietate e la differenza con quella terapeutica.

Cosa ha deciso la Cassazione?
Che non possono essere venduti olio, resina, inflorescenze e foglie di cannabis sativa, la cosiddetta marijuana light, perché la norma sulla coltivazione di questa pianta non li prevede tra i derivati commercializzabili. Chi li vende commette un reato, salvo che tali prodotti “siano in concreto privi di efficacia drogante”. E’ questo il passaggio più discusso della decisione, perché già adesso nei negozi si trova cannabis a bassissimo contenuto di thc, la sostanza considerata stupefacente.

Cosa succederà adesso?
Teoricamente in base alla decisione della Cassazione, che più avanti renderà nota la motivazione, già da oggi le forze dell’ordine possono sequestrare nei negozi i prodotti della cannabis sativa vietati e denunciare chi li vende. Ovvio che poi dovranno svolgersi processi all’interno dei quali la decisione appena presa dalla Cassazione, e anche il passaggio sull’efficacia drogante, diventerà fondamentale.

Da quanto tempo è in vendita questo tipo di cannabis?
La commercializzazione è iniziata due anni fa. Il numero dei negozi che la trattano è cresciuto molto rapidamente, ormai siamo a circa mille in tutto il paese. La marijuana light si acquista anche da distributori automatici e ci sono servizi di consegna a domicilio.

Perché fino ad oggi si vendeva liberamente la cannabis light?
Il punto di partenza era proprio la legge sulla coltivazione della canapa. Nell’elenco delle parti commercializzabili della pianta non ci sono fiori, l’olio e la resina, che i coltivatori buttavano via. Il fatto che però che questi derivati non fossero espressamente vietati ha spinto alcuni negozi a iniziare le vendite. Di solito con l’avvertenza che si tratta di prodotti da collezione, non da fumare o ingerire. Una precauzione per non avere guai giudiziari. Poi c’è la questione del thc, la sostanza considerata droga. Nella cannabis light ce n’è una quantità inferiore ai limiti di legge oltre i quali le sostanze si considerano stupefacenti. La stessa Cassazione ha detto che sotto lo 0,5%, il thc non è droga. La legge sulla commercializzazione della canapa pone agli agricoltori il limite di 0,2% ma prevede conseguenze penali sopra lo 0,6%.

Gli altri prodotti della cannabis sono vietati?
No e di fatto sono pochissimi i negozi che vendono solo fiori di cannabis light. Di solito, oltre a prodotti per fumare, in questi shop si trovano tra l’altro creme, saponi e shampoo, alimenti come cracker, biscotti o caramelle e più raramente anche indumenti e molto altro ancora. La vendita di questi prodotti può continuare.

Che differenza c’è con la cannabis terapeutica?
Quella è un farmaco, cioè ha una filiera produttiva è sottoposta ai controlli tipici dei medicinali. Inoltre per ottenerla ci vuole la ricetta di un medico. Viene coltivata all’Istituto farmaceutico militare e contiene percentuali di thc tra il 7 e il 22%. Si utilizza come antidolorifico o antispastico non di prima scelta, nel senso che il medico dovrebbe prescriverla se non hanno funzionato altri prodotti. In Italia è sempre più utilizzata e il nostro Paese deve comprarne molti quintali all’estero.

Perché le persone acquistano la cannabis light?
Il thc, come visto, è bassissimo ma ci sono altri principi attivi, in particolare il cbd. Si tratta di una sostanza rilassante che è non considerata droga e che può avere concentrazioni anche del 20-30% in questo tipo di canapa.

Quanto è grande il settore di produzione?
Secondo Coldiretti ci sono in Italia almeno 4mila ettari coltivati a canapa da 2mila aziende agricole, nate soprattutto negli ultimi due anni. Il Consorzio nazionale per la tutela della canapa industriale stima un giro d’affari nel 2018 di 150 milioni di euro.

Articolo preso da : https://www.repubblica.it/cronaca/2019/05/31/news/stop_della_cassazione_alla_cannabis_ecco_cosa_cambia-227625978/amp/

RAGGI DIMETTITI E CHIEDI SCUSA A TUTTI I CITTADINI ROMANI!!!!


Cara sindaca Raggi, il Piano rom è un fallimento. Sei ancora in tempo per chiedere scusa.

Cara Virginia, era il 31 maggio 2017 quando presentasti in Campidoglio il Piano rom della tua Giunta. “Finalmente è finita l’epoca delle parole – annunciasti solennemente – e con questa Amministrazione si passa ai fatti. Il superamento dei campi rom diventa realtà”. “Un capolavoro da applausi” si affrettò a commentare l’allora capo politico del Movimento 5 Stelle, per certificare la bontà di un Piano che doveva risultare rivoluzionario, unico, vincente. Sono passati due anni da quell’annuncio e devi consentirci di tirare le somme per capire quali fatti hanno dato seguito alle tue parole. Prima di farlo, però, vorrei tornare con la memoria al 14 settembre 2013 quando, in qualità di Consigliere comunale, dopo aver studiato le nostre ricerche che documentavano il fallimento del Piano rom di Gianni Alemanno prima e di Ignazio Marinopoi, accettasti il mio invito di andare a conoscere le famiglie rom sgomberate due giorni prima dall’insediamento di via Salviati. Era la prima volta che incontravi mamme rom vittime di sgomberi forzati e mi confidasti lo sdegno e la rabbia per un evento disumano e intollerabile. Mi consolai con il fatto che almeno dentro la macchina politica della città di Roma, c’era ancora qualcuno disposto a sdegnarsi di fronte a questi eventi.

Articolo preso da : https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/31/cara-sindaca-raggi-il-piano-rom-e-un-fallimento-sei-ancora-in-tempo-per-chiedere-scusa/5219780/amp/

Cara sindaca Raggi chiedi scusa ai cittadini Romani!!!!!             

COSA NE PENSATE?


Orban, Farage e Verdi: in Europa tre no al governo gialloverde.

Il premier ungherese: “Non voglio collaborare con Salvini”. E i Verdi chiudono ai M5S: non imbarchiamo chi è eterodiretto.
LAPRESSE

Una seduta del parlamento europeo a Strasburgo.

L’amico Orban gli ha detto di no. Matteo Salvini ci sperava, ma il premier ungherese ha fatto sapere che non entrerà nell’alleanza dei sovranisti, con il suo partito Fidesz. «Non vedo molte possibilità di cooperazione tra i nostri partiti, o in un gruppo unico», ha dichiarato ieri Gergely Gulyas, il capo dello staff del leader magiaro, in una conferenza stampa. Se vi sarà un supergruppo di nazionalisti, guidato da Salvini e sostenuto da Marine Le Pen, dunque, Orban non ne farà parte. Almeno per ora. E anche la mossa a sorpresa, sempre ieri, di bloccare a tempo indeterminato la sua riforma della giustizia, un provvedimento che aveva sollevato molte preoccupazioni da parte della Ue sull’indipendenza della magistratura in Ungheria, è un chiaro segno che il premier illiberale vuole migliorare la sua reputazione in Europa e rimanere attaccato al Ppe.

Meglio portare i propri 13 deputati nel Partito popolare, che alle europee di domenica ha ottenuto 179 seggi a Bruxelles, e contare qualcosa (a cominciare dalla partita delle nomine della Commissione), piuttosto che tuffarsi nel mare populista ed euroscettico con Salvini e Le Pen, che saranno all’opposizione e con l’Europa delle Nazioni e delle Libertà (Enl) ne hanno ottenuti 58. Il nostro vicepremier confidava, nei giorni scorsi, di allargare la maggioranza delle destre sovraniste a «100-150 europarlamentari». Due «no» di peso gli hanno cambiato i programmi. Insieme all’indisponibilità di Orban, infatti, anche il leader del Brexit Party, il britannico Nigel Farage, ha chiuso le porte a Lega e Rassemblement National. «Sono un “leaver”, ma in questo caso sono per restare», ha spiegato Farage, che appartiene al gruppo Efdd con i Cinquestelle. Ad accettare il patto sovranista potrebbero restare solo gli austriaci dell’Fpö, i tedeschi dell’AfD, i Veri finlandesi e i deputati del Vlaams Belang fiammingo e del partito del popolo danese.

«Rispettiamo il vicepremier italiano e il governo italiano, e i risultati elettorali, che hanno visto la Lega diventare il più forte partito alle elezioni europee», ha detto Gulyas, per conto di Orban. Il premier ha stravinto nel suo Paese con quasi il 53% dei voti, ma Fidesz è attualmente sospesa ll’interno del Ppe, per una campagna elettorale aggressiva contro l’Unione europea, i suoi valori e il presidente uscente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker. Se Orban vuole restare, non rinuncia a dire la sua: il capo dello staff ha anche confermato che, per la presidenza della Commissione, l’Ungheria non sosterrà né il candidato dei popolari Manfred Weber, né quello dei socialisti, Frans Timmermans. Il primo avrebbe offeso gli elettori ungheresi, mentre Timmermans è legato a George Soros, nemico pubblico numero uno di Fidesz.

Per quanto Lega e M5S appartengano a gruppi europei diversi (rispettivamente Enl e Efdd), il governo gialloverde, ieri, ha incassato un no anche sul fronte grillino: è quello dei Verdi, usciti trionfanti dalle urne e papabili per un ingresso nell’euro-maggioranza. Il co-presidente Philippe Lamberts ha escluso un’alleanza con i pentastellati: «Dovrei prendermi a bordo 14 parlamentari la cui posizione è decisa da qualcuno a Milano? No, grazie».

Articolo preso da : https://www.lastampa.it/2019/05/31/esteri/orban-farage-e-verdi-in-europa-tre-no-al-governo-gialloverde-EoPMLtXY3D6cAyZvbGyhpK/pagina.html

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Partecipa a #FingerRun la prima maratona digitale per sconfiggere la sclerosi multipla insieme.

42 km da percorrere in 12 ore, usando solo 2 dita. Il 30 maggio – Giornata Mondiale della SM – bastano uno smartphone e un profilo Facebook per raccogliere fondi a favore della ricerca scientifica.

FingerRun - Maratona digitale AISM

42 km da percorrere in 12 ore usando solo le dita della mano. Parte così #FingerRun la prima maratona digitale che ha l’obiettivo di battere la sclerosi multipla, grazie alla collaborazione tra Facebook e AISM – che si è aggiudicata l’ultima edizione di Hack4Good.

 

Giovedì 30 maggio 2019, in concomitanza con le celebrazioni della Giornata Mondiale della SM, sarà possibile partecipare a questa corsa collettiva e allo stesso tempo raccogliere fondi a sostegno della ricerca scientifica sulla sclerosi multipla.

 

FingerRun è un instant game inedito in cui bisogna percorrere quanti più metri possibile evitando gli ostacoli sul tracciato. Per una patologia come la sclerosi multipla, cronica, imprevedibile e progressivamente invalidante che colpisce perlopiù i giovani tra i 20 e i 30 anni, gli ostacoli nella vita sono tanti e il movimento è prezioso e non bisogna darlo per scontato: ogni centimetro è una conquista.

Come si gioca

Si può cliccare sul link diretto a FingerRun per iniziare ad allenarsi. Il 30 maggio poi dovremo essere tantissimi, per percorrere tutti insieme la distanza reale di 42 Km “scrollando” sullo schermo del telefono.

Ecco alcune dritte sul gioco:

– scrolla in corrispondenza delle frecce per muoverti in avanti;

– scrolla due volte se vedi un nastro arancione sulla freccia (andrai più lontano);

– evita gli ostacoli e i conetti per non cadere;

– acquista i prodotti nello shop per fare più metri e aiutare AISM;

– approfitta delle pause per sgranchirti le dita e fare una donazione;

– scala la classifica e sfida i tuoi amici, insieme possiamo davvero fare la differenza.

Ideato e sviluppato da Facebook Italia in collaborazione con l’Agenzia Dude in esclusiva per AISM, questo “hyper casual game” è disponibile su Facebook Messenger.

“Dare visibilità alla sclerosi multipla (SM)” è proprio il messaggio lanciato in occasione della Giornata Mondiale della sclerosi multipla. “Vogliamo dare visibilità alla sclerosi multipla, anche nei suoi aspetti più nascosti, perché vogliamo che le persone con SM vedano un futuro libero dalla malattia” dichiara Angela Martino Presidente Nazionale di AISM.

Articolo preso da : https://www.aism.it/partecipa_fingerrun_la_prima_maratona_digitale_sconfiggere_la_sclerosi_multipla_insieme

COSA NE PENSATE?


Caso Di Maio, il governo scivola verso la crisi: ipotesi elezioni a fine settembre.

ROMA C’è una cosa, una sola, su cui Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono d’accordo: con ogni probabilità il governo cadrà. Intesa anche sulla road map verso l’abisso giallo-verde: crisi tra fine giugno e inizio luglio, scioglimento del Parlamento dopo rapide consultazioni di Sergio Mattarella a metà luglio. Data presunta del voto: il 29 settembre o la domenica successiva, appena in tempo per permettere al governo che verrà di scrivere la legge di bilancio da inviare alla Commissione europea.
Questa doppia convinzione è data dallo stato di salute dei 5Stelle e della leadership di Di Maio: troppo debole e non supportata dal Movimento. Dopo aver dimezzato in un anno il proprio patrimonio elettorale, il fronte grillino è estremamente fragile. Quasi moribondo.

SPALLE AL MURO
In questo quadro deteriorato, i 5Stelle si trovano a fare i conti con Salvini che ha raddoppiato i voti. Ha messo agli atti un vero e proprio ribaltone elettorale. E ora, forte di questa legittimazione popolare, è intenzionato a dettare l’agenda. Perché ha il dente avvelenato con Di Maio, che l’ha attaccato «con ogni mezzo, anche con i più squallidi» in campagna elettorale. E perché, ora che è il più forte, anche con un filo di perfidia quasi si diverte a far ingoiare ai grillini tutto ciò che per loro è indigeribile e per la Lega è fonte di consenso: il sì alla Tav, all’autonomia differenziata, a una riforma penale «garantista e non manettara» che porti alla revisione del reato di abuso di ufficio e alla separazione delle carriere. E soprattutto il sì alla flat tax: il vero cavallo di battaglia (ora che il tema dei migranti è stato metabolizzato dall’opinione pubblica) del capo leghista. Non a caso, in risposta a Beppe Grillo che ieri l’ha definito «un personaggio unicamente virtuale», Salvini ha detto: «Non ho tempo per le polemiche, io lavoro per la rivoluzione fiscale e a far pagare meno tasse a famiglie e imprese».
Di Maio, fiutata l’aria, è convinto che Salvini mostri la faccia feroce e intenda buttarlo con le spalle al muro perché «vuole umiliarci, spingerci a rompere e andare a votare alla prima finestra utile: il 29 settembre».

Il quadro, insomma, è destinato a non reggere. E non solo perché, come ha confidato il capo grillino, «se dovessimo piegarci e ingoiare tutte le proposte leghiste, a fine anno saremmo sotto il 10%, se va bene…». Ma anche perché, così debole e azzoppato, Di Maio anche volendo – per evitare di tornarsene a casa e di disperdere il cospicuo patrimonio di seggi parlamentari incassato il 4 marzo 2018 – non potrebbe accogliere le richieste di Salvini: l’ala sinistra dei 5Stelle, quella incarnata da Di Battista e Fico, non glielo consentirebbe.
C’è poi, e soprattutto, il problema di Giuseppe Conte. Dopo il no alla Tav e il licenziamento del sottosegretario leghista Armando Siri, il premier riceve ormai legittimazione esclusivamente dalla parte uscita tramortita dalle elezioni. E si trova adesso, per ironia della sorte, a dover applicare il programma del leader leghista che alla vigila delle elezioni l’aveva sfiduciato, definendolo «non più super partes». Operazione molto complessa, quasi impossibile, come ha confidato Conte l’altra sera: «Non posso subire un diktat al giorno da Salvini, così non reggo e non regge il governo».
Conclusione: il programma giallo-verde è destinato a impantanarsi. Ma ora non si può più, come è avvenuto in campagna elettorale, rinviare il Consiglio dei ministri di settimana in settimana per evitare zuffe e bloccare i provvedimenti della Lega. Salvini, l’ha detto chiaro al premier, non lo consentirebbe.

IL CERINO
Il nodo, a questo punto, è chi spengerà la luce. Chi soffierà sul classico cerino. A palazzo Madama i leghisti sono convinti che saranno i dissidenti grillini a far cadere il governo su qualche votazione. Ad esempio sul decreto sblocca cantieri. Giorgia Meloni invece è pronta a scommettere che sarà Salvini: «I 5Stelle non hanno interesse a consegnarsi mani e piedi legati al programma della Lega e alla fine Matteo romperà».
Di sicuro c’è che Salvini, in caso di crisi, non intende dar vita a un altro governo: «Con quale maggioranza? Io maggioranze con gli Scilipoti e i cambia bandiera non ne faccio. Io mi rifiuto di raccattare tre senatori qui e dieci deputati là». L’obiettivo: arrivare al 40% da solo, semmai alleato con Fdi. E uno studio dell’istituto Cattaneo dice che è possibile.
Conclusione, visto che impensabile un’alleanza tra i 5Stelle e il Pd, dopo un rapido giro di consultazioni e constatato che in Parlamento non c’è una maggioranza in grado di sostenere un nuovo governo, Sergio Mattarella scioglierà il Parlamento. Tentativi per esecutivi tecnici il Presidente non ne farà. E manderà tutti a casa giusto in tempo per votare il 29 settembre. Dopo si aprirà il capitolo delicatissimo della legge di bilancio: un dossier sul quale il capo dello Stato non vorrà né pasticci, né azzardi. «I risparmi degli italiani vanno difesi», è il comandamento del Colle.

Articolo preso da : https://www.ilmessaggero.it/AMP/politica/di_maio_crisi_governo_ultime_notizie-4524839.html